Sentiero del Centenario

In ritardo di più di un mese… Eccoci ad un nuovo resoconto montano!!

Questa volta ci spingiamo in Friuli, quasi ai confini con Slovenia ed Austria, per addentrarci in una zona che a mio parere è stupenda (come gran parte del Friuli del resto). Una vera sala giochi della montagna.

Il percorso di questa giornata si avvicina ad un ben noto gruppo di cime, il Jof Fuart, nelle Alpi Giulie. Ma la vista del Jof Fuart è una piccola parte di tutte le cime di grande fascino e ricche di itinerari che circondano la zona!

Ecco quindi la classica scheda tecnica:

  • Dislivello: 1100 mt circa
  • Difficoltà: EA (tratto attrezzato, richiede kit da ferrata e una torcia!)
  • Tempo di percorrenza: 7/8 ore
  • Cartografia: Tabacco n. 19 (Alpi Giulie Occidentali – Tarvisiano)
  • Partenza: Senna Nevea (1190 mt)
  • Arrivo: Val del Lago – Parcheggio (consigliato secondo mezzo di trasporto. 980 mt)
  • Per chi proviene da lontano è consigliabile l’autostrada A23 Udine-Tarvisio, uscendo a Chiusaforte e proseguendo per la provinciale 76 che, seguendo il torrente Raccolana porta dritti a Sella Nevea. Il percorso prevede una traversata pertanto è vivamente consigliato l’utilizzo di due mezzi di trasporto, di cui uno va lasciato all’arrivo, distante circa 6 km dalla partenza, su piccoli parcheggi sterrati vicino alla confluenza con il Rio Bianco ed il Rio del Lago. Partendo dal parcheggio nei pressi della funivia, si risale la strada di ghiaia che la costeggia. Ben presto si entra nel bosco e si troveranno le indicazioni per il sentiero 625 verso il Rif. Corsi e Casera Cregnedul. Si prosegue sul versante Est di alcune vette minori, arrivando fino al Passo degli Scalini, dal quale si scende per arrivare al Rifugio Corsi (1874 mt) su facile sentiero. Dal rifugio si riparte seguendo sempre il sentiero 625 verso Forcella del Vallone risalendo quindi verso nord est. Alla forcella si arriva attraversando un bel canalone ghiaioso con non poca fatica. Giunti alla forcella ci si imbraga e si indossa la torcia (necessaria) perchè subito sulla destra si vede già l’ingresso della piccola galleria risalente al conflitto mondiale. Si sbuca in una piccola caverna da cui, da una finestra in essa ricavata, si ha il panorama sulla valle di fronte. Si esce dalla galleria e qui inizia la parte attrezzata che lungo un percorso in cresta, cengie, saliscendi ed una divertente ripida scala di ferro ci porta alla forcella alta di Rio Bianco dalla quale, scendendo ripidamente su sfaciumi si arriva al bivacco Gorizia (1950 mt.) Dal bivacco si scende per il lungo sentiero 625, passando per l’oramai abbandonato rifugio Brunner ( 1432 mt), costeggiando il Rio Bianco e sbucando sulla strada asfaltata che ci porta al parcheggio dell’auto. Per chi volesse evitare le due auto c’è la possibilità, dal Rif. Brunner di deviare per il sentiero 629 Principe di Sassionia, che tra creste attrezzate, gira intorno al gruppo montuoso del Rio Bianco e riporta verso il Rif. Corsi (si allunga notevolmente la durata!)

Eh sì, gran bel giretto questo. Siamo partiti presto, io ed il buon Nicola, passando per Portogruaro a rimorchiare gli altri membri della spedizione. Il giro infatti è un prescouting per la gita sociale organizzata dal gruppo escursionismo del Cai di San Donà di Piave e del Cai di Portogruaro, sulla scia dello scorso anno sul Tamer.

Le due orette di strada sono passate veloci, tra una ciacolata e l’altra e soprattutto tra le mille risate scaturite dai discorsi di “Sandrone”  (così soprannominato perchè è massiccio!) che con la sua spontaneità e semplicità ci fa piegare!

Arrivati a Sella Nevea abbiamo caricato i ricambi in un’auto e l’abbiamo portata qualche chilometro più avanti, giù nelle piccole piazzole sterrate nei pressi della confluenza del Rio Bianco ed il Rio del Lago, punto previsto di arrivo. Ritornati quindi alla piazzola alla base delle funivia di Sella Nevea, abbiamo calzato gli scarponi e siamo partiti. Giornata meteorolicamente parlando splendida, calda, soleggiata e con nuvole che gironzolavano intorno a noi, ma mai minacciose. La salita inizia morbida, lungo la stradina ghiaiosa che costeggia la funivia. Brevemente siamo già nel bosco e si sale ora verso sinistra, dove termina la stradina ed inizia il sentiero in bosco, marcato segnavia 625. Il bosco ci ripara dal caldo sole che è già alto e ci porta con moderata pendenza verso lo spiazzo nei pressi delle Casere Credegnul. Il paesaggio si apre in un circolo di montagne bellissime, arricchito da questa fitta verdissima vegetazione. “Selvaggio e rilassante” penso, mentre mi fermo più volte a godermi questo panorama.

Nel frattempo Sandrone tiene botta con le sue storie, le sue avventure e non si può fare a meno di ammirare con quale semplicità riesca a creare spiedini di bestemmie. Ma è difficile anche bestemmiare, non pensiate! C’è chi risulta volgare e fastidioso, e c’è chi come lui, ne fa un’arte e diventa quasi piacevole sentirle… più che bestemmie sono intercalari, rafforzativi. La maestria sta poi nel trovare sempre nuove varianti ai consueti e banali smadonnamenti e Sandrone in questo, bisogna dargliene atto, è un fuoriclasse.

Il sentiero nel frattempo ripiega nuovamente in destra sulla costa est de La Plagnota. Pochi metri più avanti mi porto primo e trovo per terra un sacchettino con dei cordini d’arrampicata dentro. Lo mostro agli altri.  E’ in ottimo stato e sicuramente è stato perso da qualcuno in giornata. Lo prende in custodia uno di noi ed andiamo avanti. Qualche centinaio di metri dopo vediamo davanti a noi una persona bella carica: zaino, corda, stuoino, tutto appeso in modo non proprio ordinato. “Ecco chi ha perso il sacchetto con i cordini!”. Il passo è decisamente più lento del nostro e in pochi minuti raggiungiamo la persona. Una giovane e bella ragazza che ovviamente viene subito circuita da noi sei maschi marpioni. Non parla italiano, è ungherese! E qui potete solo immaginarvi Sandrone e noi tutti che ci sprechiamo in battute e doppi sensi. Dopo averla resa conscia del pericolo in cui si trovava semplicemente guardandoci in faccia, le consegnamo il sacco con i cordini che ovviamente riconosce subito e ci ringrazia. Resta a parlare un po’ con lei Desio, il più “intellettuale di noi” mentre noi passiamo avanti e continuiamo con le nostre battute…

Sbuchiamo in costa, fuori oramai dal bosco e lo spettacolo delle cime è veramente piacevole. Si vedono le cime slovene, di cui non ricordo nessun nome, ma è tutto un susseguirsi di vette e gli occhi si riempiono con piacere di queste immagini. Si vede bene il sentiero, che sale gradatamente verso il Passo degli Scalini. Vediamo altre persone più avanti e sapevamo che erano i compagni dell’ungherese. Bene pensiamo, altre ungheresi quindi! 🙂

Piano piano raggiungiamo anche loro, sono sparsi lungo il sentiero ed una ragazza in particolare, per il modo in cui riposava dalla fatica, ha stimolato la fantasia erotico-bestemmiatrice di Sandrone. Non riuscivo più a respirare correttamente perchè perdevo il fiato nelle risate di quest’uomo, raro esemplare di vero macio “Italian old-style”. Arrivati al Passo degli Scalini lo spettacolo s’è fatto ancora più entusiasmante. Tutti lì, italiani ed ungheresi a fare una breve sosta. Qualche foto, qualche altro piacevole commento ed uno spontaneo “Viva l’Ungheria! Ungheria libera!” mio e di Nicola fa capire quanto ci piaccia la montagna…

Dal Passo degli Scalini (2022 mt) si passa alla vallata successiva, nella quale si intravede lontano, il Rifugio Corsi, nostra tappa intermadia. Per arrivarci si scende di un centinaio di metri di dislivello, sempre in costa, continuamente avvolti da cime suggestive. Si passa a fianco dell’Ago di Villaco, uno sperone molto bello, noto nella zona per gli amanti dell’arrampicata. Stimolante in effetti, è ancora un po’ sporco di neve alla base. Desio mi descrive un po’ le varie vie e difficoltà. Nel frattempo alcuni curiosi stambecchi saltellano appena sopra le nostre teste…

Arriviamo finalmente al Rifugio Corsi, dove la mitica scritta di Kugy si merita una fotografia. Ci sbevuzziamo una birrozza, parliamo un po’ con il gestore, mangiamo qualcosina e dopo una mezz’oretta ripartiamo. Si risale ora verso destra, lungo il sentiero che porta al ghiaione assolato, verso forcella del Vallone. Il ghiaione sale con una discreta e faticosa pendenza, ma è molto stabile. Alcuni depositi di neve sono ancora presenti ed il sole caldo della giornata ci ricorda che gli occhiali da sole in questi casi sarebbero comodi. Arrivati alla forcella il panorama è.. “splendido” (tanto per riciclare le solite parole insoddisfacenti). Si vede il bivacco Gorizia molto più giù, e tutte le montagne verso il confine. Qui ci imbraghiamo, mettiamo il caschetto e tiriamo fuori le poche torce a disposizione (ovviamente metà del gruppo le ha dimenticate a casa!). Così, con la luce distribuita tra di noi, saliamo sulla cengetta che sulla destra porta subito all’ingresso della galleria buia e fresca. La galleria è breve, ma decisamente simpatica. Non si vede veramente niente e dobbiamo avanzare un po’ alla volta per non rischiare di scivolare sulle rocce umide. Si sale con calma fino ad entrare in una stanza dalla quale, una finestra lascia entrare un po’ di luce e ci permette di spegnere le torce. La finestra è un balcone sulla valle ed a turno infiliamo la testa per ammirarne la bellezza. Il pensiero della gente che ha scavato, combattutto e sofferto in questi posti mi entra nella mente e non posso che pensare all’immenso rispetto che meritano questi posti, in onore a queste persone.

Sulla destra una scaletta di legno ci fa sbucare fuori, e qui inizia il percorso attrezzato. Ci si aggancia con i moschettoni, e su una suggestiva cengetta si comincia a salire verso la cresta di queste Cime Piccole di Rio Bianco. Il percorso è veramente entusiasmante. E’ un saliscendi tra una cresta e una cengia, aggrappati alle rocce, con qualche salto, cercando di non affidarsi alla corda (peraltro cosa fattibilissima) attorniati da montagne a perdita d’occhio. Rocce severe e ghiaioni sono sempre nei miei occhi e non posso che ripetere continuamente agli altri compagni che la zona è veramente una sala giochi, un posto che merita di essere visto, che ci vorrebbe  un mese per poter godere almeno di una piccola parte di questo paesaggio.

Oltre la metà del percorso incontriamo anche una bella scaletta di ferro che scende ripida per qualche metro in uno spacco tra la roccia. Decisamente carina e non adatta a chi soffre di vertigini! Si scenda con calma e si risale dalla parte opposta dello spacco, dove la corda d’acciaio finisce perchè rotta. Passiamo comunque  il tratto con cautale e risaliamo ancora in cresta per poi arrivare alla fine del percorso. Da qui, mai stanchi di ammirare il panorama, scendiamo per un ripido ghiaione, in parte innevato. La discesa è da tenere sotto controllo perchè il ghiaione non è per niente comodo. Solamente l’ultimo tratto la ghiaia, più abbondante, permette di scivolarci dentro.

Bivacco Gorizia – 1950 mt.  Qui ci godiamo una meritata sosta. Pranziamo, ci mettiamo una maglia perchè ci rinfresca un bel venticello, ed ammiriamo il panorama. Di fronte a noi, verso est, una miriade di vette di cui non ricordo nessun nome. Dietro di noi, tutto il vallone, splendido e severo come solo le cime friulane riescono ad essere. Dopo il lauto pranzo, scendiamo. Tra i mughi, alzando ogni tanto lo sguardo per guardare le cime che il buon Desio ci illustra con i vari nomi, continuiamo a scendere nella valle del Rio Bianco. La discesa è decisamente lunga, sarà anche perchè abbiamo scarpinato parecchio e non vediamo l’ora di darci una rinfrescata. Finiti i mughi si entra nel bosco, passando per il Rifugio Brunner, oramai completamente rovinato ed adibito a semplice bivacco (e anche come bivacco ha i suoi dubbi) si prosegue costeggiando il torrente, con il suo rilassante suono ininterrotto ed i giochi  e sculture spaziali che solo l’acqua riesce a fare tra le rocce.

Siamo alla fine, sbuchiamo nella statale, poco dopo il ponte. Qualche centinaio di metri sull’asfalto per ritornare al parcheggio dove abbiamo lasciato l’auto, nei pressi del Rio del Lago. Ci cambiamo, e letteralmente in mutande ci ficchiamo in uno dei tanti “figli” del torrente. L’acqua gelida è un toccasana e restiamo in ammollo un bel po’ a massaggiarci i piedi stanchi. Per “recuperare” non possiamo fare a meno di andare in un posticino noto agli “autoctoni” dove un buonissimo piatto di frico con un’altrettanto squisita polenta e una gradita birra ci fanno concludere in bellezza la giornata. Finalmente saziata la pancia e la voglia di montagna, non ci resta che riprendere ognuno la propria strada, tra un saluto ed un abbraccio, per tornare a casa a fissare nella mente questa piacevole giornata.

Ivo

Galleria Fotografica Sentiero del Centenario:

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4 risposte a Sentiero del Centenario

  1. CptUncino dice:

    Ivo…il sentiero del centenario è bello ma mica devi lasciare su il post cent’anni…
    o si?

  2. Ivo dice:

    Hai ragione cara… ma sai com’è meglio scrivere poco ma “discretamente bene”, che tanto e male 😛

  3. CptUncino dice:

    prrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrr

  4. Ivo dice:

    Non era mica per dire che scrivi male eh!!
    Niente malizia! Era pura autocritica! 🙂

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