Sogno di una notte di fine febbraio

Ti vidi arrivare da lontano, incrociavi la mia via. Non realizzai subito che strada fosse, poi da sveglio capii che era il nostro posto, o meglio, il posto dedicato a me per un breve tempo, dove mi portasti segretamente. Non so per quale motivo fossi lì, ricordo solo che era una giornata di sole caldo, l’erba brillava di un nuovo verde ed io godevo di questa passeggiata solitaria.

Procedevi alla mia destra, insieme ad alcune tue amiche, ma restavi un poco più indietro di loro. Io ti guardai di nascosto, per non attirare l’attenzione. Una parte di me voleva che tu non mi vedessi, per evitare qualsiasi ripercussione, l’altra invece smaniava dalla voglia di incrociare il tuo sguardo. Ti guardai, poi mi voltai dall’altro lato, poi ti riguardai, abbassai lo sguardo con finta indifferenza, infine ti guardai di nuovo. Incrociasti il mio sguardo.

«Ecco, ora addio autocontrollo» pensai.

Mi guardasti stupita, esitasti qualche attimo. Anche le tue amiche notarono il nostro incrocio, ma senza darne il significato che noi conoscevamo. Io, senza riuscire ad emettere un singolo fiato, mossi le labbra in un timido “ciao” che apparve più come un addio, sicuro che avresti continuato a camminare senza fermarti.

La mia sicurezza sbagliò, infatti ti fermasti, ed affrettasti il passo per raggiungermi, poco più in là, sopra uno spiazzo rialzato, dove i miei piedi si erano cementificati nell’attesa di vederti arrivare.

«Portami via, dove vuoi, andiamo nei posti che tanto racconti e scrivi!» Il tuo sorriso era luce pura.

«Leggi ancora le cazzate che scrivo?»

«Sì…»

Ti osservai. Avevi un vestito primaverile bianco, tutto bianco, ed al risveglio capii anche questo collegamento cromatico del mio subconscio. Ti toccai un ciuffo di capelli, erano di una tonalità rosso scuro, ed a boccoloni. Dicesti che volevi cambiare e lo avevi fatto. Stavi benissimo e te lo dissi, e tu, con il tuo modo posato e gentile che adoravo, ti limitasti ad un sussurrato “Grazie”.

Iniziasti a parlare senza freno, con i toni entusiasti che ricordavo ancora bene. Gesticolavi, raccontavi le tue giornate e le tue scoperte, ti agitavi e cercavi innervosita le parole adatte, balbettando talvolta per l’emozione. Eri lì, in piedi davanti a me, ed io, su una collinetta erbosa poco più in alto, mi accovacciai per posare i miei occhi all’altezza dei tuoi, ed ascoltandoti sorridendo, non riuscii più a staccarli dai tuoi.

La sveglia fu saggiamente indifferente, e prima che accadesse l’irreparabile, iniziò il suo puntuale lavoro.

E quindi uscimmo a riveder le stelle

Ore 5:00 del mattino.

Sono fuori dalla porta di casa con il naso all’insù. Il vento di ieri sera ha spazzato via le nubi piovose e regala uno splendido cielo stellato.

Il mio Survival mindset mi porta a guardare subito il Grande Carro, o Orsa Maggiore, seguirne la linea immaginaria che la collega alla Stella Polare e rassicurarmi di aver trovato il nord anche questa volta. Non che servisse, dato che mi trovo a casa, ma oramai l’abitudine è immediata nello svolgere questa operazione.

Mi sono fermato almeno 15 minuti a guardar le stelle. Lì, seduto sull’uscio di casa con il nasone all’insù. Sono affascinanti, sempre. Con alcune ho confidenza, altre ogni tanto le riscopro nuove,  altre le perdo di vista perché sono più difficili da vedere. Mentre le guardo, i pensieri, le fantasie, le riflessioni, galoppano nella mia mente.

Da quanto tempo non vi fermate a guardare le stelle?

Io non da molto, ma ricordo che l’ultima volta che ho guardato a lungo le stelle, tanto da vederne il movimento nelle ore, è stata questa estate, in un prato a Vicenza.

Quando ero un bociazza cancaroso e tornavo tardi la notte dalle serate con gli amici, ero solito sedermi sull’altalena nel giardino del retro di casa mia. Era il posto perfetto, molto buio, in mezzo alla campagna. Attendevo che l’ultima luce a fotocellula si spegnesse, dopo aver gentilmente illuminato il mio passaggio, per godere di una vista piena di brillanti puntini luminosi. Stavo lì, senza dondolarmi, a guardarle, a cercare di riconoscerle e memorizzarne le geometrie delle costellazioni, a crearne di nuove, a guardare il transito degli aerei tra di esse.

L’esperienza non si limitava a questo. Come nelle migliori lezioni di Zone In (di cui al tempo ancora ignoravo la teoria ma che mettevo in pratica inconsciamente) dopo qualche minuto, i sensi ricominciavano ad ambientarsi e risvegliarsi. Gli occhi scorgevano non solo le stelle e gli aerei, ma iniziavano a considerare le nuvole, a spaziare tra i rami degli alberi, tra i ciuffi d’erba del prato, tra le sagome delle case. Si vedevano cose prima invisibili, snobbate, di poca importanza certo, ma curiose e nuove, completamente diverse dal luminoso giorno. Era un innocente spiarle mentre dormivano. Il tatto si limitava a farsi carico di sopportare il freddo e l’umidità (spesso le serate più belle di questo tipo le godevo d’inverno, quando il cielo è molto più limpido). L’udito si affinava ed era forse il senso più divertito. Iniziavo ad escludere i rumori fastidiosi (auto o moto soprattutto) ed a focalizzarmi sui primi uccelli del mattino; li sentivo da varie distanze, cercavo di capire dove fossero e che uccelli fossero. Era un dolce cantare, quasi a ritmo, di un buongiorno che stava per arrivare. Più volte l’udito mi portava ad anticipare l’arrivo di un aereo, lontanissimo ed alto nel cielo, o viceversa, restava stupito dal non sentire nulla, mentre gli occhi vedevano dinanzi a loro un riccio muoversi tranquillamente nel prato.

Ricordo che, giunto il mio viso alla percentuale di umidità pari a quella dell’acqua, ed il mio sedere alla temperatura di una vaschetta di gelato, mi alzavo dall’altalena con il sorriso, soddisfatto e beato di questo momento, un momento tutto mio e solo mio, e mi dirigevo verso la porta di casa per tuffarmi poi nel caldo letto.

Era, ed è tutt’ora, un modo per alzare il piede dall’acceleratore. Per riprendere un attimo il contatto con la natura, con la propria natura. Dopo una serata di bagordi, od una giornata frenetica, come capita spesso, questa piccola magica pausa mi ridesta e mi porta serenità. E’ una sorta di meditazione, che ti lava via il peso dei pensieri negativi, e ti innalza quelli positivi.

Da quanto tempo non vi fermate a guardare le stelle?

Ivo