Rocchetta di Campolongo

Dopo moltissimo tempo, ricomincio con i post riguardanti la montagna. Ho deciso di importare anche i vecchi articoli in materia dal vecchio blog, perché più volte mi era stato chiesto di continuare a pubblicarli. Indi, con piacere, eccoci ad un nuovo appuntamento!

Si ritorna perciò finalmente a parlare di montagna, e soprattutto a praticarla! C’è stata qualche precedente escursione a dire il vero, ma non ero ancora pronto a scrivere perciò resteranno nella mia scarsa memoria, finché non le avrò sovrascritte da altri pensieri e sarò costretto a chiedere a Nicola che, come di consueto, ricorda tutto.

Questa volta siamo nelle Dolomiti Venete, ad un passo da Cortina D’Ampezzo. Destinazione proposta: Cima Rocchetta di Campolongo

  • Dislivello: 800 mt circa
  • Difficoltà: EE (per la distanza totale, sono circa 17 km di cammino in totale)
  • Tempo di percorrenza: 7/8 ore (circa 4 ore a salire, 3 a scendere ma aggiungete le pause vista la distanza)
  • Cartografia: Tabacco n. 3 (Cortina e Dolomiti Ampezzane)
  • Partenza: Ponte Rucurto (mt. 1709) – SP 638 del passo Giau
  • Arrivo: Cima Rocchetta di Campolongo (mt. 2374)
  • Da Cortina si risale la SP 638 in direzione del passo Giau fino al ponte di Rucurto (curva a sx). Poco prima del ponte c’è una zona parcheggio dove si può lasciare l’auto, evidente anche un tabellone con mappa della zona e panchina. Si segue il sentiero 437 e poi 434 lungo il bosco fino al Rifugio Croda da Lago – Palmieri (mt 2046). Dal rifugio si prosegue su sentiero 457 che si allarga verso la sinistra, facendo attenzione a non perdere i segnavia in qualche punto. Si prosegue nel bosco salendo fino a forcella Sonforcia (mt. 2069) dalla quale si scende fino ad una radura paludosa “Parueto”. Qui si lascia il sentiero per risalire sulla sinitra, (rari bolli rossi poco visibili e qualche ometto) tra le conifere, sbucando poi nella pala erbosa sottostante il versante nord-ovest della cima. La si attraversa (qualche ometto) e si arriva ad una forcella da cui è visibile la valle opposta ed il Pelmo. Si risale quindi a sinitra, per tracce su sfasciume, fino ad arrivare alla cresta più solida, da cui sarà visibile la croce di vetta. In pochi passi in cresta poco esposta, si arriva alla cima da cui si può godere di uno splendido panorama a 360 gradi. La discesa per lo stesso percorso, con possibili varianti in caso di necessità.
  • Note: giunti al Parueto e lasciato il sentiero, fare molta attenzione al percorso in quanto numerose tracce di animali possono ingannare e far sbagliare percorso, specie se la visibilità non fosse buona. Si consiglia di rimanere alti durante la traversata della cresta boscosa e non abbassarsi in quanto si finisce su salti di roccia dovuti al torrente che separa il Paureto dalla cime. La traccia segnata inizia sulla parte frontale sinitra del Parueto e risalire diagonalmente sulla cresta di conifere fino ad uscirne,  attraversando poi ancora diagonalmente la pala erbosa e ghiaiosa sino alla forcella. In questo modo si trovano i rari bolli rossi ed ometti. Se si parte dal Parueto troppo a sinitra (subito dopo il torrente per tracce ulteriori) non si troveranno segni ma altre tracce sparse, che con salita ad intuito ed un possible attraversamento di un salto di roccia, porteranno comunque alla pala erbosa in modo più diretto.

Di ritorno dalle vacanze, come ultimo giorno, mi sono concesso una bellissima escursione con Nicola, scelta tra le sue proposte. Assenti gli altri membri F4 per motivi di panza. Il fisico è in crisi,  quindi il mio pensiero era di ricominciare gradatamente, ma come si sa, poi le cose non vanno mai così perché ci si sprona sempre a fare qualcosina in più. E ne è valsa la pena.

Partenza all’alba e colazione lungo la strada come d’uopo, per arrivare tranquillamente al punto di partenza. Nicola indossa i suoi nuovi fiammanti scarponi, e non poteva scegliere giornata migliore per inaugurarli. Le previsioni meteo non sono fantastiche per il pomeriggio, quindi ci poniamo l’obiettivo di fare attenzione, specie se il temporale dovesse avvicinarsi quando siamo in vetta. La partenza è di buon passo, in un bosco ricco d’acqua e di natura, davvero bello. Si procede con qualche saliscendi, a tratti con delle salite discrete che, data la mia mancanza di forma fisica, sono comunque impegnative. Il clima è piacevole ed il sole ogni tanto scompare lasciandoci meno accaldati di quanto prevedevo. Si arriva in una buona ora e mezza a costeggiare il lago Federa ed il vicino rifugio Croda da Lago, G. Palmieri (mt. 2046), che si trova davvero in una posizione invidiabile. La vista è ampia verso la Croda da Lago. Spunta solitario in mezzo al vasto azzurro, invogliando alla salita, il Becco di Mezzodì. Guardando più a sinistra, si vedono le quatro cime della Rocchetta, tra le quali la nostra destinazione, quella più a sinistra, ancora ben lontana.

Le chiacchiere sono tante, accumulate nel tempo, e proseguiamo nella lunga camminata sul sentiero 457. Nei pressi del rifugio ci viene in contro una mandria di ciucchini simpatici, uno dei quali viene curioso a farsi accarezzare dal sottoscritto. Poco più avanti riesco anche a fotografare una marmotta di vedetta. Il sentiero ci porta in una radura dove per un attimo non troviamo segni contigui. Ritornati sui nostri passi troviamo infine il segno, che come pensavamo, allarga il sentiero verso est. La vetta è ancora lontanuccia. Quando, appena arrivati al parcheggio, ho aperto la mappa e visto il percorso ho esclamato: “Caspita! E’ lunghina!” ma non volevo fare la parte del solito pussyllanime e ho accettato la sfida!

L’arrivo in forcella Sonforcia (mt. 2069) è in salita, su prato aperto. Il panorama è incantevole già da qui. Viene voglia di fermarsi e distendersi a prender il sole e godersi il canto degli uccellini, ma capiamo che la strada è lunga e temiamo l’arrivo di improvvisi temporali (con possibili grandinate, dicono dalla regia). Scendiamo costeggiando il lato destro di questo pascolo, passando poco sopra ad una baita chiusa e proseguendo poi ancora in un bosco più diradato. Il bosco è ancora piacevole, non incontriamo nessuno da quando abbiamo lasciato il rifugio. Pace e benessere.

Arriviamo al Parueto, uno spiazzo quasi circolare, paludoso e davvero suggestivo, dove ci sono ancora tracce evidenti del passaggio di qualche mandria di bovini. Davanti a noi la Rocchetta e la sua imponente quantità di massi franati alla base. Qui finisce il sentiero e sappiamo che dobbiamo affidarci al nostro orientamento ed alle scarsissime tracce che dovrebbero esserci secondo le guide trovate. Superiamo sulla sinitra un piccolo torrente che poco più in basso scende in una forra decisamente profonda. Risaliamo in mezzo alle conifiere ed uno splendido bosco tappezzato di rododendri. Non troviamo bolli rossi né ometti, seguiamo delle presunte tracce che poi si perdono o si diramano in altre. Sappiamo comunque che dobbiamo salire ed attraversare un salto di roccia per sbucare poi nella pala erbosa sottostante la cima. Durante una delle nostre elucubrazioni sul percorso da seguire, ci fermiamo improvvisamente ad ammirare uno splendido esemplare di cervo che in tutta fretta e grande maestosità, attraversa il nostro orizzonte e scende verso il torrente. Uno spettacolo! Il buon quadrupede ci indica anche una possibile traversata per sorpassare un salto di roccia e salire verso la nostra meta. E così facciamo, con un piccolo strappo e ci troviamo ora nuovamente nel bosco di rododendri, dove a vista, saliamo fino all’inizio del ghiaione e della pala erbosa. Risaliamo anche qui ripidamente e ad istinto finché non scorgiamo alcuni ometti che seguono la nostra stessa via. Il nostro orientamento insomma non ci ha tradito nemmeno questa volta.

Si sale per bene, ogni tanto ci fermiamo ad ammirare il panorama alle nostre spalle che è grandioso!  Poco dopo giungiamo ad una forcella dalla quale si può scendere per una ripida traccia, verso la valle opposta. Di fronte a noi il Pelmo in tutta la sua maestosità. Mancano ancora un centinaio scarso di metri di dislivello alla vetta e ci rimettiamo subito a salire, alla nostra sinistra, tra sfasciume e rocce più ferme. La traccia è piuttosto visibile ora e comunque non si può sbagliare. La salita è poco esposta e piano piano ci porta fino a vedere la croce di vetta. L’ultimo pezzo è proprio sulla cresta ma poco esposta e ben appoggiata quindi non ci sono problemi. Arriviamo finalmente alla cima (mt. 2374) dove non sappiamo davvero dove guardare. Il panorama è a 360 gradi su gran parte delle dolomiti venete più famose: dall’Antelao, al Pelmo, Alla Tofana, alla Croda Rossa, al Cristallo, al Sorapis. Il cielo è leggermente annuvolato, ma stabile, l’aria fresca ed il sole picchia bene. Ci sediamo ad ammirare tutte queste cime, commentando come di consueto i nomi delle vette più lontane, parlando di tutto un po’ e gustandoci il nostro pranzo frugale. Il sole scotta ma si sta davvero bene e mi riempio gli occhi di un panorama che non vedevo da molto tempo.

Dopo le foto di rito, decidiamo di scendere. Il ritorno sarà più veloce, ma la strada è stata piuttosto lunga ed abbiamo voglia di gustarci una fresca radler al rifugio.

Scendiamo con calma, il mio passo ha perso anche un po’ di dimestichezza con la discesa in pendenza e questo è indice ulteriore che c’è bisogno di montagna! Ora troviamo tutti gli ometti e i bolli rossi di cui parlava la guida, e li seguiamo. la traccia resta più in traversata e sopra un costone nel bosco, dove tra saliscendi agili, ci rigodiamo i cespugli di rododendri. Giunti al Parueto, Nicola si mette alla ricerca di qualche salamandra o tritone tra le pozze d’acqua, ma con scarso successo e tanto disappunto. Il cielo comincia a diventare più grigio ma ormai siamo fuori dalla zona rischiosa. Abbiamo rispettato i tempi ed il meteo ci ha fatto clemenza di temporali in vetta. Ora può anche piovere.

Sarà che le chiacchiere sono diminuite, sarà che siamo un po’ fuori forma, sarà che il percorso è lungo, ma il rientro ci sembra più lungo della salita. Già arrivare al rifugio ci sembra interminabile. Prima del rifugio però, arriviamo in forcella dove una pioggerellina insistente di una decina di minuti ci dona un po’ di freschezza. Mi godo la pioggia. Niente k-way, niente felpa, fa piuttosto caldo ed ho voglia di sentire la pioggia addosso. Ritorna il sole. il rapido cambio di nuvole in cielo ci offre dei giochi di luce e colori tra le vette davvero stupendi, ed il bosco bagnato e poi illuminato dal sole è brillante. Una giornata davvero spettacolare sotto il profilo della vista e della soddisfazione!

Arrivati al rifugio, intorno alle 15, le due prime radler spariscono in pochi attimi. Nicola ha voglia di pranzare, ed io, nonostante dica di no, poi decido di assaggiare il minestrone di verdure, che in montagna e dopo una fatica, dona sempre un certo appagamento. Ci spariamo anche altre due radler. Nel frattempo inizia a piovere di nuovo e verso la fine della seconda radler, scende anche qualche chicco di grandine. La tipa del rifugio, per non rovinare la tenda parasole, pensa bene di avvolgerla non lasciandoci nemmeno il tempo di entrare. Siamo piuttosto allibiti dal comportamento e dai modi. In un posto così incantevole, in una giornata così bella ed in piena estate, capiamo perché non c’è molta gente. La simpatia e l’accoglienza non sono di casa a quanto pare. Ed il conto ci fornisce l’ultima conferma: altuccio per quanto ci riguarda.

In ogni caso ci siamo rifocillati e riposati un po’. Ripartiamo con una sequela di battute varie sulla situazione e tra sole e qualche altra pioggerellina, rientriamo nel folto ed affascinante bosco. Cammina e cammina, ogni tanto ci chiediamo se davvero il sentiero era così lungo anche all’andata! Ci sembra raddoppiato. Quando sentiamo il torrente, sappiamo che oramai siamo quasi arrivati. Ricominciamo ad incrociare qualche altro escursionista (cinesi!) e finalmente, dopo una giornata intera di cammino, torniamo all’automobile. Con soddisfazione ci diamo il cinque, ci cambiamo, ci diamo una rinfrescata al torrente e ripartiamo per casuccia. Nicola ha la bellissima idea di dire: “Strano, non c’è traffico…” Dopo un paio di chilometri la coda è praticamente ferma. Eccellente!!! Arriveremo a casa piuttosto tardi, ma decisamente compiaciuti della meravigliosa giornata vissuta.

Si ritorna al lavoro, con il pensiero delle prossime vacanze, e con i soliti propositi di cambiar vita.

Alla prossima!

Ivo

 

 

 

Monte Teverone

Buongiorno signore e signore escursionisti e non,

oggi parliamo del Monte Teverone, nel gruppo dell’Alpago. L’escursione è proprio piacevole, piuttosto rapida e la consiglio in quanto ottima come allenamento.

Ecco la breve scheda e poi passiamo al racconto, orsù dai!

  • Dislivello: 1300 mt circa
  • Difficoltà: EE (per l’impegno fisico non per altro)
  • Tempo di percorrenza: 5/6 ore (circa 3/3 e mezzo a salire, due a scendere)
  • Cartografia: Tabacco n. 12 (Alpago, Cansiglio, Piancavallo, Valcellina)
  • Partenza: Casera Degnona (mt. 1102)
  • Arrivo: Monte Teverone – Cima de la Busa de Valars (mt. 2345)
  • Da Puos D’Alpago si risale in auto seguendo la strada per Cornei e Lamosano, proseguendo poi fino a San Martino. Da quest’ultimo paese seguire la strada che sale alla chiesa e continuare dritti (non per Mussera!) e si troverà “via del Teverone ” che, superato un ponticello, si risale in sinitra e porta, inerpicandosi per un boschetto, a Casera Degnona. Qui si molla l’auto e si sale per sentiero 931 che s’inerpica subito nel bosco del Colon. Dopo una buona mezz’ora si sbuca fuori sulla costa destra del Valars che concede una splendida vista sulla valle. Da qui si risale l’ultimo breve tratto ancora ben inclinato che porta ad una forcella, passata la quale si entra nel canalone ghiaioso del Valars. Si risale ora lungo il ghiaione, tenendosi sulla destra sino ad incrociare i bolli dell’altavia che ci faranno salire ancora più a destra su massi frastagliati ed inclinati. In poco meno di un’ora si arriva in forcella. Si risale ora cercando la via più comoda (non ci sono più indicazioni) con qualche piacevole esposizione verso sinitra e si giunge in un quarto d’ora all cima del Monte Teverone (mt. 2345). Volendo concedersi altra mezz’ora, si torna in forcella e si sale all’altra cima del Teverone (Cima Busa Secca) molto comoda e altrettanto panoramica. Discesa per la stessa via.

Nonostante i vari impegni, nell’ultimo weekend di settembre siamo riusciti a fare un’uscita sui monti dell’Alpago. La zona a me piace molto perché riserva sempre qualche bel percorso, è piuttosto selvaggia ed i panorami che offre non hanno niente da invidiare alle valli più blasonate. Con Nicola quindi s’è scelto di andare sul Teverone (ribattezzato anche “Tenerone” da Giorgia, cosa che smonta automaticamente la severità di questa montagna! umpf!).

Scopro anche in questa occasione che nella vita si cambia.. anche nelle piccole cose! Lo zaino, che una volta usavo preparare con calma e scrupolisità il giorno prima appena tornato a casa dal lavoro, ora è diventato un contenitore “a caso”. Preparato in circa 10 minuti la mattina stessa del giro, ci ho ficcato dentro il thermos con il te (fantastico regalo della mia ragazza), due kiwi, un pacchetto di crackers, la giacca, il kit di pronto soccorso, carta igienica (per Nicola), salviette umidificate, il multiuso (per tagliare il kiwi) e la tabacco n.12. E via! Quasi con disattenzione… sarà che oramai è automatismo, o forse più probabilmente, mi sto impigrendo sempre di più!

Partenza con Nicola ed arrivo in Alpago: si risale per Puos d’Alpago, proseguendo per Chies, Lamosano ed infine San Martino dove infilandoci nella stradina chiamata appunto “strada del Teverone” si arriva inerpicandosi non poco con l’auto sino alla radura (finisce l’asfalto) di Casera Degnona (o Deona), un rudere da ristrutturare con, all’altro lato della strada, una fontana asciutta. Da qui si risale il breve tratto sterrato che sale proprio in direzione della nostra meta e si incontra la tabella indicante il sentiero 931 (mt. 1102).

La salita è subito ben fetente per l’inclinazione e sarà praticamente così per tutto l’itinerario. Questo concede una rapida progressione ma anche una discreta  e costante fatica; è per questo un’ottima occasione di allenamento, oltre che di piacere! Proseguendo per bosco, radici e loppa scivolosa, dato la giornata davvero umida, si sale sino a sbucare in una piccola radura (40 min) dalla quale la vista verso valle è davvero molto bella. Qui si deve affrontare un bel costone erboso che porta finalmente alla spalla destra del ghiaione del Valars. Entrando nel vallone si troveranno dei vecchi ruderi vicino alle rocce sulla destra e un ometto. Il segnavia sale tenendosi sul ghiaione ma si riesce fortunatamente a tagliare un po’ in centro, sull’erba, così da salire senza tante eresie. Giunti verso la fine del ghiaione (2 ore circa dalla partenza), le pareti di roccia si fanno più presenti e si deve fare attenzione che la via sale appunto per queste rocce, tagliando proprio sulla destra. La salita su queste rocce è facile ma bisogna stare attenti perché molto inclinate e scivolose con il bagnato. Da notare inoltre che come la regola vorrebbe, se si fanno cadere dei sassi dall’alto andrebbero segnalati.. Nicola ne ha schivato uno che gli è arrivato come un proiettile per pura fortuna.. E i tipi scendendo, manco ci hanno detto niente.. non se ne sono nemmeno accorti!

Dopo circa un’altra ora di buon faticoso dislivello, si arriva in forcella. Davvero notevole l’impatto: si arriva e ci si deve fermare perché dall’altra parte si va giù quasi in verticale! Da qui si sale sulla sinitra, tenendosi leggermente bassi (non si sale arrampicando per la cresta tanto per intenderci) e girando tra un versante e l’altro, su comoda ma leggermente esposta cengia,  si arriva in circa 15 minuti alla cima de la busa de Valars (mt. 2345) Molto bello il panorama verso valle Chialedina ed il Col Nudo. Si vede anche la cima sorella, verso sud-est. Per arrivarci si riscende velocemente in forcella ed in altri 15 minuti, su facile sentiero per nulla esposto, si arriva alla cima Busa Secca (mt. 2328) dove si trova la croce e si può godere ancora di un gran panorama! Questa cima è molto verde, più ampia e strapienda di “ricordini” di animali selvatici…

Ma il tempo stava peggiorando, vento freddo e nuvole minacciose non ci hanno fatto godere molto quella cima. Non avevamo per niente voglia di bagnarci quindi abbiamo mangiato qualcosa in fretta, stando ben attenti a non pestare i ricordini, e poi siamo ritornati alla forcella. Mentre scendevamo un terzetto ci veniva incontro. Terzetto ben poco compatto visto che erano staccati l’un l’altra da almeno 10 minuti di cammino ed ogni volta che ne incontravamo uno ci chiedevano se avevamo visto gli altri.. Ma dico io, aspettarsi no? Che senso ha andare in montagna insieme e poi non condividere nemmeno questi momenti? Mica è una gara a chi arriva prima!!! Tra l’altro l’ultimo componente era piuttosto stanco, perdipiù finito fuori traccia e si stava incrodando. Un po’ testone dato che nonostante i nostri suggerimenti (ce li ha chiesti lui by the way) continuava a persistere sulla via errata. E dopo averlo seguito pazientemente nel suo reinstradarsi sulla retta via, mi viene pure a dire che ci vede da un occhio solo!!! Mah, io non so, ma c’è gente in giro davvero bizzarra (per usare un eufemismo…)

Passato il fantastico gruppo, siamo ritornati velocemente nel ghiaione che in discesa è stato il solito divertimento: giù come i str##@i e velocemente siamo risbucati nella sella erbosa dove Nicola ha fatto la sua solita sosta tecnica. Ultimo breve tratto e di nuovo nel piacevolissimo bosco (ma scivoloso in alcuni punti!) che con più tranquillità ci ha riportato all’auto. Niente pioggia, solo nuvole a coprire tutte le cime intorno a noi. Ci è andata bene anche stavolta!

Era presto e dato che non è normale per noi finire così presto, ci è venuta voglia di una bella spaghettata! Peccato che l’orario non fosse il massimo (le 2 del pomeriggio) e così dapprima siamo finiti all’agriturismo Cate dove uno scarsissimo tagliere di affettati e formaggi non ha minimamente soddisfatto le esigenze dei nostri stomaci. L’idea era fissa sulla spaghettata, ma sempre più remota era la realizzazione dato che si erano fatte le tre. Tornando verso casa ci siamo fermati a Pian Osteria, ma anche qui la cucina ovviamente era chiusa e ci siamo accontentati di un bel paninozzo con salame cotto e poi una fetta di strudel. La voglia di spaghetto c’era ancora ma almeno abbiamo sedato la fame. Piano piano, con la digestione in corso, siamo scesi al mare…

Ivo

Foto sempre >>qui<<