Cosa leggo? “Niente”
novembre 11th, 2009 by Ivo
Sottotitolo: un post che l’autore ha riempito di ipocrisia e frasi fatte.
Il post di servizio non lo faccio spesso, anzi forse l’ho fatto solo un paio di volte, ma ogni tanto ci vuole. In questo caso mi viene d’obbligo perché il libro che sto leggendo è davvero molto ma molto bello.
Lo vedrete per un po’ nella lista “My Books” del mio fantastico blog e ne trovate una piccola recensione qui su Anobii ad esempio (ma ovviamente non solo lì).
Il libro si intitola “NIENTE”, sottotitolo “Come si vive quando manca tutto”, sotto-sottotitolo “Antropologia della povertà estrema”
L’autore è Alberto Salza, un fisico convertito in antropologo che ha scritto questo, a mio modesto parere, fantastico libro. Non vi rovino la sorpresa, ma vi invito davvero a leggervelo. Scritto molto bene, il libro è fluido ed interessante. Usa un’ironia davvero pungente per descrivere, in toni ancora più limpidi, la situazione assurda in cui si trova mezza popolazione mondiale. Da come vivono (o meglio sopravvivono) come mangiano, come dormono, come si curano, come vanno in bagno (se ce l’hanno) ed altre tristissime sfaccettature.
Non sono arrivato nemmeno a metà del libro ma sono certo che non sarà deludente la seconda parte. Fa riflettere davvero. Un po’ come i filmati del Grande Fratello, fa pensare ancora una volta a quanta futilità giri nelle nostre teste, a quante lamentele e quanta ipocrisia abbiamo. Mi fa pensare a discorsi fatti sugli aiuti umanitari, ad altri libri che ho letto sull’argomento, a come molte volte ho pensato a fare del volontariato nei paesi del terzo mondo o nel mio. Penso e credo di capire solo in piccola parte la sensazione che si ha nel trovarsi in situazioni di quel tipo. Penso ad Elisabetta che mi ha parlato una volta della sua esperienza in Brasile e di come non veda l’ora di tornarci. Penso al padre di Luca che ogni anno (mi pare) ritorna in Burkina Faso ad apportare gratuitamente il suo aiuto come medico. Penso a tutta le gente che ci prova, onestamente e con coscienza, a dare una mano a questa gente. E purtroppo penso anche a chi lo fa invece con interessi completamente diversi.
Io sono un cialtrone non c’è che dire perché parlo tanto e non faccio niente, e da una parte sono contento di non aver mai visto con i miei occhi e toccato con mano certe cose perché credo che tornerei profondamente segnato dall’esperienza, visto il carattere assurdo che mi ritrovo. Ebbene sì! Sono anche io uno di quelli che chiude gli occhi e si volta, per far finta che certe cose non esistano giustificandosi e nascondendosi dietro la propria ignoranza e dietro a tante scuse (della serie “ho già i miei problemi” o cose del genere!). E’ anche vero che sono convinto non serva andare lontani per essere d’aiuto, anzi basterebbe iniziare ad aiutarsi tra noi nelle piccole cose e si arriverebbe ad essere d’aiuto anche per loro. Ed è pure vero che molte volte, proprio la nostra ipocrita voglia di aiutare e di modernizzare i paesi cosiddetti “sottosviluppati” ha portato più disastri che benefici (dato anche dal fatto che molto volte dietro ad un’azione umanitaria si nascondono invece interessi economici che portano allo sfruttamento di quelle zone…)
Questo libro è un bel balcone sulla povertà “estrema” come infatti dice il titolo del libro, e di come alcune cose non vanno come pensiamo noi che viviamo nella civiltà (se è davvero la nostra, una civiltà !)
Finché non mi acciufferà la finanza per violazione dei diritti d’autore, voglio postarvi un piccolo paragrafo che ho letto oggi. Avevo davvero l’imbarazzo della scelta su quale parte scrivervi, perché andrebbe citato tutto, ma mi è particolarmente piaciuto il capitolo intitolato “No Toilet” nel quale si parla di un problema non indifferente, ovvero la mancanza di bagni tra i poveri. Di cloache a cielo aperto e di tutti i problemi che ne derivano. Riporto un piccolo pezzo, ironico e che da un po’ l’idea di come sia il libro.
“Uno dei fardelli della modernità e della ricchezza sta nel fatto che, nel nostro bel mondo igienizzato, ci tocca andare in gabinetto duemilacinquecento volte l’anno, ovvero dalle sei alle otto volte al giorno. Nell’arco di una vita passiamo qualcosa come tre anni al cesso, deliziandoci allo scroscio dello sciaquone che, a detta degli esperti, suona quasi sempre in mi maggiore. I poveri del resto della Terra, beati loro, vivono tre anni di più, anche se magari nella merda. Prahlad Kakkar (un nome, un programma) è un cineasta indiano che ha girato un documentario sulle toilette intitolato Bumbay. Fa due conti: “A Bombay, la metà della popolazione non ha un gabinetto in cui defecare. E allora cacano all’aperto. Sono cinque milioni di persone. Se cacano mezzo chilo ciascuno [mangiano poco, occorre ricordarlo N.d.A.], sono due milioni e mezzo di chili di merda tutte le mattine.”
Buona lettura
Ivo
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